Abbiamo incontrato e intervistato Claudio Santovito, autore di “Tempo da dimenticare – Giallo nella notte barese”, romanzo giallo che vede in Sammichele l’accattivante sfondo di gran parte delle sue scene.
La particolarità di “Tempo da dimenticare” consiste nell’essere il primo libro ambientato nel nostro paese che valuta e considera alcuni luoghi simbolici – come Castello Caracciolo e il Museo della Civiltà Contadina – in una prospettiva nuova, quella del giallo appunto, che si interseca a quella tradizionale, ovvero storica.
“Tempo da dimenticare” narra tre storie parallele: quella d’amore tra Marco e Marta, quella d’amicizia tra Marco e Federico e quella problematica di Marco nei confronti della sua stessa esistenza. Le vicende del giallo sono focalizzate su Marco, un ragazzo normale, ma profondamente inquieto: pur avendo solo 25 anni e, di conseguenza, tutto il futuro davanti, si guarda sempre alle spalle. I suoi pensieri si rivolgono al passato, al tempo esulcerante dei suoi ricordi, a “un tempo da dimenticare” (come riassume il titolo) che si trascina, inevitabilmente, nel presente.
Da dove nasce l’idea di scegliere Sammichele come location per alcune scene del tuo romanzo?
Avevo da un po’ nel cassetto questa idea, anche se ci ho impiegato più del dovuto per ultimarla: la scelta delle locations – Bari e Sammichele di Bari su tutte, poi piccole parentesi a Roma, Palese e Polignano – è stata molto impegnativa e difficile. Da un lato, volevo vedere e far vedere la mia città in chiave diversa, abbandonando i luoghi già “bruciati” da altri scrittori e cercando perciò di descrivere situazioni nuove, più vicine alla gente comune, ma ugualmente degne di nota. Ho voluto descrivere uno spaccato di vita universitaria, almeno quella che si svolge all’interno dell’Ateneo, guardandola dal punto di vista di uno studente, quale io sono. È stato una specie di tributo ai luoghi nei quali vivo e di cui, spesso, si evidenziano soltanto gli aspetti peggiori, come capita per il Borgo Antico di Bari. E quando il protagonista del mio romanzo, Marco, si addentra per i vicoli di Barivecchia, osserva e riassapora un tempo e uno spazio rimasti asserragliati nei vicoli.
Indubbiamente il nostro centro storico, soprattutto nelle ore serali, sembra possedere un fascino unico…
E proprio l’idea che mura, vicoli e “chianche” siano custodi gelosi di un tempo perduto, ha aumentato la mia curiosità nei confronti del vostro paese, al quale devo dire di essere molto legato per via di un’esperienza umana personale, ma non soltanto.
Ma cosa ti ha colpito maggiormente del nostro paese?
Mi capitò una sera di osservare dalla statale il paese illuminato dalle luci e dalla luna, avvolto dall’alto dalla nebbia e dal basso dai vapori e fumi delle macellerie. Mi soffermai a guardarlo e decisi che non mi sarei dovuto accontentare soltanto del percorso che facevo di solito, ma andare a fondo e cercare di saperne di più. Ho avuto il privilegio, in questi anni, di conoscere bene usi, costumi e folklore di Sammichele, ma soprattutto di affezionarmi al centro storico. La piazza, la Chiesa Madre, l’arco dell’orologio, la chiesa della Maddalena e, soprattutto, il Castello Caracciolo e il Museo della Civiltà Contadina. Tutti luoghi e monumenti che trovano pieno diritto di cittadinanza nelle mie pagine.
A proposito di Castello Caracciolo… mi chiedo cosa ha suscitato in te la sua imponenza…
Il castello, in particolare, ha suscitato in me un’empatia immediata: al di là della bellezza estetica e oggettiva e del valore assoluto degli oggetti in esso contenuti, la sua dislocazione, la sua imponenza e l’alone di mistero che caratterizza tutti i luoghi deputati alla protezione e tutti gli avamposti di difesa (quale il castello Caracciolo è), mi ha trasmesso un’ispirazione che sinceramente non rinvenuto in nessun altro luogo analogo di Bari.
Nel romanzo c’è una contrapposizione tra Bari e Sammichele, a cosa è finalizzata?
Mi interessava mettere in relazione l’amicizia di due coetanei i quali, condivisa l’infanzia e l’adolescenza, in seguito a un evento che non dico per non rovinare il piacere della lettura, si raffredda. Ho cercato di porre in relazione due punti di vista diversi, quello del ragazzo di città e quello del ragazzo di paese: due storie diverse, fatte di esperienze comuni, che pian piano si sovrappongono e si svelano. Inutile sottolineare una linea di continuità con “À la recherche du temps perdu” di Marcel Proust, laddove al posto della “madeleine” subentra la vita stessa dei protagonisti che, di volta in volta, regala un’amarezza.
Per chi volesse informazioni sul romanzo e su dove reperirlo può collegarsi ai seguenti links:
http://www.claudiosantovito.it/
http://www.facebook.com/home.php#!/pages/Claudio-Santovito/182486675097695
http://www.sammicheleweb.it/cultura/725-sammichele-in-tempo-da-dimenticare.html
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