
Per comprendere meglio la situazione del Sud durante gli anni del Risorgimento italiano, il ‘Centro Studi Storia Cultura e Territorio di Sammichele’, nell’incontro tenutosi ieri, ha affrontato una problematica fondamentale: il brigantaggio, fenomeno che ha attanagliato i nostri territori tra il 1861 e il 1865.
Come è stato messo in evidenza dal film documentario ‘Briganti: lazzaroni o patrioti?’, realizzato da Giacomo Spinelli – presidente del Centro Studi – , le ‘brigate’ vennero appositamente ingaggiate per creare disturbo, con l’alleanza del popolo, degli ex soldati, dei diseredati, degli scontenti.
Nel 1861, infatti, soprattutto il popolo era profondamente insoddisfatto della situazione in cui versava il Meridione: le terre non erano ancora state attribuite ai contadini (come, invece, era stato promesso da Garibaldi); l’esercito borbonico venne sciolto, provocando l’aumento della disoccupazione; i prezzi dei beni primari aumentarono notevolmente; venne introdotto l’arruolamento forzato che indusse a una diminuzione della forza lavoro.
In questo clima ciò che rimase agli sfollati, ai disoccupati, ai giovani che non volevano arruolarsi con l’esercito piemontese, ai contadini che rivendicavano le proprie terre, era il brigantaggio. È per questo che nell’arco, di quattro anni, il Sud fu invaso da quelli che, di lì a poco, sarebbero diventati ‘fuorilegge’.
Tra questi, nell’incontro di ieri, sono stati ricordati soprattutto Carmine Crocco “dei briganti il generale”, figlio di contadini, che riuscì a costituire una banda che contava 1200 uomini e il ‘Sergente Romano’ – illustrato dal saggista Mario Guagnano – che operò nel territorio gioiese, partecipando il 28 Luglio 1861 all’attacco del borgo San Vito, cuore di Gioia del Colle. Proprio questa città, come ha evidenziato Guagnano, diede un grande contributo, in termini di sangue versato e di uomini morti, per “fare” l’Italia.
Ma l’esorbitante numero di morti colpì tutto il Meridione, poiché la repressione contro i briganti coinvolse indistintamente uomini, donne, bambini. Con la legge Pica, infatti, furono istituiti i tribunali militari, che, nelle loro mani, avevano anche la difesa degli imputati. Venne, poi, eliminata ogni sorta di garanzia per gli arrestati e introdotta la fucilazione. Le pene furono estese anche a coloro semplicemente sospettati di aiutare i briganti e paesi interi furono sterminati per il diritto di rappresaglia, messo in atto dall’esercito.
Una legge, dunque, che creò un’ulteriore spaccatura tra il Nord, in cui vigeva la Costituzione, e il Sud, terra di stragi, in cui tutti pagavano con la vita colpe che non avevano. Intere famiglie, rimaste senza uomini, furono private del bestiame, del grano, dell’olio, del vino, di tutto il necessario per sopravvivere. La violenza travolse luoghi e persone.
In tutto ciò i briganti sostenevano: “Fummo calpestati, noi ci vendicammo. Ecco tutto”, e ancora, “Le nostre terre non si devono toccare”. Ed è alla luce di ciò che si apre un nuova prospettiva d’analisi: i briganti furono davvero dei sovvertitori o uomini che combattevano per la patria, per le proprie terre e i propri paesi?
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Dovremmo saperle tutti queste cose. Ma nemmeno non siamo nemmeno i padroni in casa nostra.