
L’agricoltura è da sempre la forza trainante del Meridione, una forza che, però, soprattutto durante il periodo post-unitario, ha vissuto una crisi profonda, sgorgata in moti e sommosse da parte dei contadini. È stato questo il cardine attorno al quale è ruotata la conferenza, tenutasi ieri, e organizzata dal Centro Studi di Storia Cultura e Territorio di Sammichele di Bari.

Sono state, in particolar modo, l’abolizione del feudalesimo (colonna portante del sistema agricolo meridionale), la soppressione dei demani e la confisca dei beni ecclesiastici – tutte riforme effettuate dai Napoleonidi tra il 1805 e il 1806 con l’intento di migliorare le condizioni dell’Italia del sud –, a dettare l’affermazione di un ceto borghese complessivamente arretrato, privo di intenti imprenditoriali e di volontà di investire nelle terre, volto a imitare malamente i comportamenti e gli stili di vita della vecchia nobiltà.
“Questa borghesia ha vissuto all’ombra del feudo e della Chiesa” – ha affermato il docente –, non curandosi della condizione di crisi che ha iniziato a profilarsi per i contadini. Questi, con la confisca dei beni ecclesiastici, hanno progressivamente perso la possibilità di usufruire di piccoli prestiti da parte della Chiesa o di fittare terre appartenenti a quest’ultima. I proprietari fondiari, inoltre, hanno iniziato a portare avanti una locazione a breve scadenza, in molti casi basata sul contratto a ‘godimento’, che, dopo pochi anni, ha lasciato i braccianti privi del proprio pane quotidiano: la terra.
Questa situazione incerta e critica per quasi tutti i contadini del Sud si è protratta ben oltre la 1° Guerra Mondiale, come ha sostenuto la prof.ssa Dina Montebello, che ha effettuato ricerche di carattere storico, confluite nel volumetto a sua firma ‘La crisi agraria dal 1° dopoguerra e la occupazione delle terre nella Puglia barese’.
Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, i generali, per far presa immediata sui soldati, hanno promesso la terra. Ma la fine della guerra è stata motivo di disillusione: al ritorno gli uomini hanno trovato solo disoccupazione, carovita, insufficienza di grano per l’approvvigionamento della popolazione, viti distrutte dalla fillossera. Desolazione e numerosissime terre incolte.
Se, da un lato, la Federazione provinciale del lavoro ha chiesto la concessione delle terre ai contadini, dall’altro, i governati hanno sollecitato all’emigrazione verso l’America del Nord e, soprattutto verso quella del Sud, per ripristinare l’ordine pubblico e far fronte ai problemi economici.
Ed è così che, in una situazione di profonda incertezza, nel 1920, i braccianti meridionali hanno dato vita all’occupazione delle terre. Ricordiamo quella avvenuta nelle campagne di Gioia del Colle, l’1 e il 2 Luglio, scolpita nella storia del Sud come un tremendo eccidio.
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