Domenica 20 Maggio 2012
   
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L’UNITÀ D’ITALIA VISTA DA SUD: I CONTADINI E LA BORGHESIA

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L’agricoltura è da sempre la forza trainante del Meridione, una forza che, però, soprattutto durante il periodo post-unitario, ha vissuto una crisi profonda, sgorgata in moti e sommosse da parte dei contadini. È stato questo il cardine attorno al quale è ruotata la conferenza, tenutasi ieri, e organizzata dal Centro Studi di Storia Cultura e Territorio di Sammichele di Bari.

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A tracciare le motivazioni del mancato sviluppo e dell’arretratezza del Sud in questo momento storico, è stato il prof. Giuseppe Poli – Ordinario di Storia Moderna presso l’Università degli Studi di Bari.  Con l’ intervento, dal titolo ‘Borghesia agraria e contadini nella storia economica post-unitaria del Sud’, egli ha sottolineato che “le condizioni del Mezzogiorno non emergono con l’Unità e non sono dovute all’Unità” ma sono rintracciabili negli avvenimenti e nei rapporti consolidatisi nei primi anni dell’800.

 

Sono state, in particolar modo, l’abolizione del feudalesimo (colonna portante del sistema agricolo meridionale), la soppressione dei demani e la confisca dei beni ecclesiastici – tutte riforme effettuate dai Napoleonidi tra il 1805 e il 1806 con l’intento di migliorare le condizioni dell’Italia del sud –, a dettare l’affermazione di un ceto borghese complessivamente arretrato, privo di intenti imprenditoriali e di volontà di investire nelle terre, volto a imitare malamente i comportamenti e gli stili di vita della vecchia nobiltà.

“Questa borghesia ha vissuto all’ombra del feudo e della Chiesa” – ha affermato il docente –, non curandosi della condizione di crisi che ha iniziato a profilarsi per i contadini. Questi, con la confisca dei beni ecclesiastici, hanno progressivamente perso la possibilità di usufruire di piccoli prestiti da parte della Chiesa o di fittare terre appartenenti a quest’ultima. I proprietari fondiari, inoltre, hanno iniziato a portare avanti una locazione a breve scadenza, in molti casi basata sul contratto a ‘godimento’, che, dopo pochi anni, ha lasciato i braccianti privi del proprio pane quotidiano: la terra.

Questa situazione incerta e critica per quasi tutti i contadini del Sud si è protratta ben oltre la 1° Guerra Mondiale, come ha sostenuto la prof.ssa Dina Montebello, che ha effettuato ricerche di carattere storico, confluite nel volumetto a sua firma ‘La crisi agraria dal 1° dopoguerra e la occupazione delle terre nella Puglia barese’.

Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, i generali, per far presa immediata sui soldati, hanno promesso la terra. Ma la fine della guerra è stata motivo di disillusione: al ritorno gli uomini hanno trovato solo disoccupazione, carovita, insufficienza di grano per l’approvvigionamento della popolazione, viti distrutte dalla fillossera. Desolazione e numerosissime terre incolte.

Se, da un lato, la Federazione provinciale del lavoro ha chiesto la concessione delle terre ai contadini, dall’altro, i governati hanno sollecitato all’emigrazione verso l’America del Nord e, soprattutto verso quella del Sud, per ripristinare l’ordine pubblico e far fronte ai problemi economici.

Ed è così che, in una situazione di profonda incertezza, nel 1920, i braccianti meridionali hanno dato vita all’occupazione delle terre. Ricordiamo quella avvenuta nelle campagne di Gioia del Colle, l’1 e il 2 Luglio, scolpita nella storia del Sud come un tremendo eccidio.

Commenti 

 
#2 Giacomo Spinelli 2011-05-06 22:29
Perobabilmente non ha seguito tutti i nostri appuntamenti, perché se ne é parlato ampiamente negli incontri di febbraio e marzo.
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#1 VogliaDiVerità 2011-05-01 16:45
Nessuna parola "sprecata" per accertare se si sia trattato di vera liberazione o se, invece, il Meridione abbia subito l'invasione, l'occupazione, la violenza, ...e se sia stato derubato delle risorse fondiarie, industriali, economiche, ...di tutto, insomma, da un Nord povero, arretrato, disorganizzato (organizzato solo militarmente). Fu pura voglia di unità, o invasione vera e propria?
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